Il moralista

La discussione di questa sera offre un prezioso spunto per proporre un ragionamento più generale sul funzionamento delle Istituzioni e di come, certo legittimamente, certuni intendano la contrapposizione politica più come un incontro di boxe o di calcio che come una presa di coscienza della realtà in cui viviamo, dei problemi che essa presenta, della loro complessità e delle risposte altrettanto complesse che essi richiedono.

La riflessione che vi propongo attiene alla morale o se si vuole la moralità applicata all’agire politico.
Non è il caso di scomodare Kant il quale diceva che morale e politica devono per forza convivere, né d’altra parte Machiavelli o meglio ancora David Hume che sosteneva che “l’uomo è e deve essere sempre schiavo delle passioni, così anche il più terribile dei desideri può essere realizzato”.

Dopo quasi dieci anni di attività in questa sala io resto fedele, noiosamente fedele si potrebbe dire, all’etica della responsabilità declinata quasi un secolo fa da Max Weber. Ma proprio perché è passato un secolo come possiamo riportare in auge l’etica del “buongoverno” al tempo dei blog e dei social, della società liquida e del pensiero debolissimo?

Si tratta della strada che sembra aver imboccato la politica dai tempi famosa “discesa in campo” ad oggi, e grazie alla quale dobbiamo temo aspettarci che ogni etica venga espulsa dalla discussione e allo stesso modo non resti alcuno spazio per il confronto sulle idee, ma solo il moralismo, materia con cui, modestamente di fronte a maestri irraggiungibili, mi cimento anche io questa sera.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un revival del moralismo soprattutto in ambito politico ed economico. Si pensi alla crisi economica che attanaglia l’Italia: il giudizio è quasi unanime e se ne attribuisce la colpa alla mancata opera riformatrice della politica negli ultimi 20 anni. I più sofisticati non si dimenticano che la politica è influenzata dall’elettorato e concludono che la colpa, allora, è degli italiani. Certo, nel farlo si dimenticano di realizzare che anche chi lo dice è italiano ma, si sa, gli italiani sono sempre gli altri.
A prima vista il moralismo è terribilmente seducente: è comodo, elegante, di facile utilizzo. Invece di perdere tempo a raccogliere dati e analisi per poi magari non giungere a una conclusione apprezzabile, basta tirare giù un giudizio sferzante per risolvere il tutto.
La moralità, al pari dell’onesta tanto citata nei cori parlamentari, è un prerequisito fondamentale per chi intende occuparsi di cosa pubblica e in un’accezione più filosofica acquista il significato di “principi delle caratteristiche della condotta umana che influiscono sulla collettività” (ovvero moralis in latino).
Essa è dunque auspicabile e necessaria. Ma ha un altro nemico, che muove – per così dire – da direzione opposta: non negandola, ma sclerotizzandola, strumentalizzandola. E’, per l’appunto, il moralismo. Che differenza c’è, allora, tra moralità e moralismo?
Nel senso comune il termine “moralismo” viene inteso spregiativamente come una degenerazione della morale usata con eccessiva intransigenza per una severa, talora ipocrita, condanna degli altri.
In effetti si possono – e si debbono – denunciare le situazioni in cui alcuni valori sono calpestati; ma a condizione di spiegare bene quali valori sono stati traditi, e di avere grandissimo pudore nel fare nomi di persone: l’onorabilità è un bene preziosissimo.
Si può giudicare – con prudenza – un comportamento, specie se operato da chi ha incarichi pubblici, ma (e a me questo lo hanno insegnato a scuola) bisogna evitare di giudicare la persona. S. Agostino diceva: “Amate gli uomini, ma condannate gli errori”
Invece, l’ obiettivo del moralista non è la difesa dei valori morali, ma la distruzione di persone concrete: la moralità è uno strumento. La persona da colpire è un avversario politico, un concorrente economico, un rivale nella professione.
Non è raro scoprire che i moralisti più feroci sono quelli che hanno qualcosa da nascondere: denunciare i presunti vizi altrui è un modo per costruirsi una patina di onorabilità che distolga l’attenzione dai proprî! Si crea il capro espiatorio, volendo illudere gli altri (e forse anche se stessi) che basti sacrificarlo per purificare la società.
Quando entrai in Consiglio comunale 9 anni orsono ero convinto di poter imparare un sacco di cose, sul nostro Paese, sul funzionamento dello Stato, sulle persone che vi si dedicano. E così è stato. E mi sono confrontato con chi aveva più esperienza di me in politica e, per ragioni anagrafiche, nella vita. E da tutti ho imparato qualcosa.
Oggi in questo CC, così come in tutte le assemblee elette d’Italia, va in scena un modus vivendi che ricorda molto di più uno scontro tra tifoserie opposte che un con-fronto tra idee diverse. E questo clima si adatta benissimo alla figura del moralista. Egli non mette in discussione l’idea, si limita a delegittimare chi la esprime. Se chi esprime un’idea è sciocco, inadeguato, disonesto, complice, mafioso, colluso, ecc ecc allora anche la sua idea sarà tale e di sicuro non vale la pena ascoltarla.
Naturalmente il moralista, a quel punto, non ha alcun bisogno di esprimerne di sue di idee. Non gli serve fare proposte, entrare nel merito. Gli basta aver delegittimato il suo avversario con ogni mezzo. La ridicolizzazione dell’aspetto fisico, del linguaggio, financo del nome e del cognome. Tutto serve, tutto è utile al moralista.
Insomma, siamo passati da Kant ad una versione squallida di House of Cards, senza neanche Kevin Spacey ad allietarci guardando dritto in camera.
Nessuno di noi può dirsi estraneo a questo comportamento. C’è chi vi si affida episodicamente e chi invece ne fa uno strumento politico essenziale: non conta quello che faccio, o meglio NON faccio io. Conta ciò che di sbagliato fanno gli “altri”, gli “avversari”. Quelli con la maglietta di un altro colore.
Liquidi, benaltristi, maanchisti, fanculisti, imprenditorialisti, operaisti, americanisti, orientalisti…
e naturalmente e soprattutto moralisti.

Pier Paolo Soncin

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